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Reati intrafamiliari e rappresentazione mediatica. Un'analisi vittimologica

Studentessa: Stevanato Roberta
Titolo tesi: Reati intrafamiliari e rappresentazione mediatica. Un'analisi vittimologica.
Docente relatore: prof. Monzani Marco
Controrelatore: prof.ssa Fressini Lara
Presidente Commissione di tesi: prof. Fontana Umberto
Laurea magistrale in: Psicologia clinica e di comunità
Data: 11/10/2014

Spesso è idea comune che tutto ciò che viene presentato dai mass media come notizia, coincide perfettamente con ciò che è accaduto nella realtà. Tuttavia, spesso il mondo della comunicazione segue altri criteri per rappresentare i fatti, come ad esempio l’audience. Proprio il criterio dell’audience accomuna il mondo della comunicazione a quello della criminologia, in quanto è un dato oggettivo e monitorato che il crimine fa audience, quindi i mass media continueranno a trasmetterlo in modo esponenziale. L’idea di fondo di questo lavoro, è quella di unire il contesto forense con la tecnologia dell’informazione e della comunicazione; focalizzando l’attenzione in particolare sui reati di tipo intrafamiliari. Il punto di partenza da cui poi è stato sviluppato l’intero elaborato è la vittima; che viene descritta secondo punti di vista differenti. In particolare, viene descritta la vittima dal punto di vista forense, giuridico e psicologico. Le vittime di violenza presentano frequentemente ripercussioni psicologiche rilevanti, che comportano anche la compromissione del funzionamento socio-relazionale, lavorativo e familiare. Vengono quindi indicati i principi generali che devono guidare il supporto alle vittime e ai loro familiari. Tra i vari modelli possibili, vengono inoltre proposte alcune tecniche terapeutiche particolarmente adatte a consentire alla vittima il superamento dell’evento traumatico e l’avviamento del processo di guarigione.
L’obiettivo di questo lavoro è quello di approfondire la conoscenza dei reati intrafamiliari e di verificare l’influenza che i mass media possono esercitare rispetto alla criminalità, in particolare quella rivolta al contesto familiare. Per poter fare questo, è stato scelto di sviluppare il lavoro in due versanti. Il primo comprende l’analisi dei reati intrafamiliari e del contesto familiare in primis, in cui vengono descritte le principali tipologie di reato intrafamiliare accompagnate dai dati statistici, che sono: l’uxoricidio e i reati commessi all’interno della coppia, il parricidio e il matricidio, il figlicidio e l’abuso su minore, il fratricidio, l’omicidio e il maltrattamento dell’anziano, l’omicidio e suicidio. Il secondo descrive l’operato dei mass media, in cui vengono analizzate le principali caratteristiche di tali mezzi e le modalità di rappresentazione della criminalità da parte dei mass media stessi. In riferimento a tale contesto, vengono riproposte alcune ricerche scientifiche che studiano l’influenza che tali mezzi di comunicazione di massa possono esercitare mediante la rappresentazione della criminalità.
La società e l’opinione pubblica hanno bisogno di parlare e di riflettere sulle tragedie dei reati intrafamiliari; ma ciò che danneggia queste considerazioni è la cattiva informazione svolta dai mass media, divulgando i particolari più efferati dei reati domestici violenti. Questi particolari non aggiungono nulla all’informazione, ma suscitano una forte emotività del pubblico. Emerge quindi l’esigenza di una rinnovata educazione sociale, che da un lato accompagni i mass media verso l’autoregolazione per compiere una selezione delle tematiche da trattare, orientata al rispetto delle persone e soprattutto delle vittime; dall’altro finalizzata alla valorizzazione della ristrutturazione dei ruoli dei generi, nell’ambito socio-lavorativo e familiare, indirizzata verso la complementarità.

Il minore vittima di abuso: entrare in punta di piedi nel suo mondo silenzioso

Studentessa: Dicorato Anna Francesca
Titolo tesi: Il minore vittima di abuso: entrare in punta di piedi nel suo mondo silenzioso
Docente relatore: prof. Monzani Marco
Controrelatore: prof. Benatti Fabio
Presidente Commissione di tesi: prof. Diotto Mariano
Laurea magistrale in: Psicologia clinica e di comunità
Data: 11/10/2014

Parlando di minore vittima di abuso, ci riferiamo a tutti quei comportamenti da parte di adulti (parenti o estranei), che danneggiano in modo grave lo sviluppo psicofisico del minore, impedendone una crescita armonica.
Una forma molto grave di abuso, particolarmente traumatica per il minore, è l’abuso sessuale, presente in tutte le classi sociali. Molto spesso il concetto di abuso sessuale viene confuso con il concetto di pedofilia; dal punto di vista giuridico, la distinzione è invece molto netta.
La pedofilia insieme al voyeurismo e l’esibizionismo, sono i disturbi parafilici che più comunemente vengono trattati nelle cliniche specializzate.
Il trattamento delle parafilie è in genere multimodale e multisistemico, ossia comprende strategie diverse e operatori di varia natura.
La pedofilia o meglio il disturbo pedofilico,  è quindi  una parafilia caratterizzata dall’attrazione  erotica verso i bambini. Quando questa tendenza attrattiva nei confronti di un minore, si esplicita in azioni dai comportamenti sessuali connotati, tali da recare danni al minore, si parla di abuso sessuale. La letteratura scientifica è concorde nell’affermare che non esistono indicatori specifici di abuso sessuale, per cui i disturbi rilevati in un minore possono essere riconducibili a causa di natura diversa.
Le conseguenze traumatiche che un abuso provoca su un minore, le implicazioni sulla sua sfera emotiva anche durante il processo di crescita, impongono un approccio discreto, non invasivo nei confronti del minore, adottando atteggiamenti e strumenti idonei , allo scopo di salvaguardare , proteggere e tutelare il benessere del minore. A questo proposito sottolineiamo gli accorgimenti da adottare nel colloquio con il minore, vittima di presunto abuso. È essenziale entrare in sintonia con il minore, metterlo a proprio agio, costruire un rapporto che lo metta in grado di raccontare liberamente l’evento, chiudendo il colloquio in modo da instaurare un’atmosfera per lui, la più rilassante possibile. Vista la delicatezza dell’argomento e la gravità che queste situazioni possono implicare, è importante porre in atto strumenti d’intervento (educativi, terapeutici, individuali e sociali), indirizzati a prevenire le evoluzioni negative, in senso sia psicopatologico sia psicosociale, dei minori vittime di abuso.
La valutazione psicologica e criminologica, richiesta in due casi reali di procedimenti penali, ha permesso di approfondire la metodologia di applicazione della SVA, ovvero lo strumento tecnico oggi più accreditato per valutare l’attendibilità del minore e la credibilità del suo racconto.

Attraverso la pelle. Materia, Simbolo, Cura tra Psicoanalisi e Atropologia

Studente: Priani Egidio
Titolo tesi: Attraverso la pelle. Materia, Simbolo, Cura tra Psicoanalisi e Atropologia
Docente relatore: prof. Rossi Lino
Controrelatore: prof. Marchioro Giovanni
Presidente Commissione di tesi: prof. Giacopini Nicola
Data: 10/10/2014

La tesi prende in esame “l’oggetto scientifico pelle”; tale nozione viene delineata e sviluppata attraverso un itinerario concettuale che si muove tra psicoanalisi e antropologia culturale.
Queste due discipline condividono infatti un comune oggetto di pensiero e di azione: l’ incontro con l’altro; incontro con l’altro che al tempo stesso e’ , inevitabilmente, incontro con se’.
Intorno alla nozione-metafora della “Pelle”, la contaminazione teorica tra i due ambiti disciplinari, psicoanalisi e antropologia, si rivela di grande  fecondita’ e arricchimento per entrambe: dai rispettivi osservatori, le due discipline giungono infatti a conclusioni analoghe e fortemente integrate circa il carattere fondamentale del contatto tattile  per lo sviluppo fisico e psico emotivo del bambino; in ultima istanza, per la formazione della sua identita’ anche adulta.
La ricerca, nel trattare il fondamentale lavoro di Anzieu, ne esplicita le radici Freudiane e ripercorre le lezioni di Paul Federn, di Esther Bick, nonchè dell’insigne antropologo Ashley Montagu; viene pure evidenziato come il pensiero di Anzieu si integri con le riflessioni di Meltzer e soprattutto di Bion e Winnicott.  Estremamente significativi risultano i contributi italiani di Gaburri, Gaddini, La Scala.
Il tatto è all’origine della vita psichica, ne costituisce il nucleo mentale, lo sfondo sui cui i contenuti psichici si inscrivono come figure.
D’altro canto, si analizza come la separazione mondo interno/mondo esterno, non potrebbe trovare ospitalità in una cultura tradizionale ove il terzo è l’appartenenza stessa; nelle culture tradizionali non assistiamo ai processi di interiorizzazione nel senso in cui  noi occidentali  siamo abituati a concepirli.  La mente, almeno parzialmente, è rimasta “fuori”, nel gruppo sociale, nel clan, nella sfera collettiva; è lì che ritroviamo il sedimento ultimo del principio di identita’. Ci soccorrono qui le indagini di Le Breton, Van Gennep, Nathan, , Ulnik, Favazza, Lemma ed altri ancora. Con le discipline antropologiche, incontriamo una “pelle gruppale” quale dispositivo di regolazione e scambio tra individuo e gruppo, macchina psicologica atta a scandire fisicamente e metaforicamente le tappe evolutive individuali e collettive. La ricerca dunque ruota intorno al binomio pelle- formazione dell’identita’.

The Thesis examines the “skin as a scientific object”. This issue is profiled and expanded through a theoretical itinerary, which moves between psychoanalysis and cultural anthropology.
These two fields of knowledge have in common the same object of thought and activity: the encounter with the other; an encounter which is, at the same time and necessarily, encounter with one’s self.  
The respective theoretical influences between psychoanalysis and anthropology can be  fruitful and a source of enrichment for both of them; more specifically, by the notion of “Skin”, these two disciplines come to comparable and strongly integrated conclusions about the fundamental character of tactile contact for the child physical and psycho-emotional development. Finally, the tactile contact is the precondition of the personal adult identity.
Considering the fundamental work of Didier Anzieu, my research explains its Freudian roots and retraces Paul Federn and Esther Bick’s lessons as well as the original intuitions of the eminent anthropologist Ashley Montagu. It is important to underline the way in which Anzieu’s thought, combines with Meltzer’s reflections and, most of all, Bion and Winnicott’s theories. Italian contributions to the matter are also very relevant; we refer to the works of Gaburri, Gaddini and La Scala.
The touch is at the origin of psychical life; it is the nucleus of mental life, the background in which psychical contents take place.
The thesis argues that the separation between the inner world and the external world could not have a place in traditional cultures, in which the third is the belonging itself. In traditional cultures, we do not observe internalisation processes in the sense in which we, as occidentals, are used to perceive them; the mind, at least in part, has stayed “out”, in the social group, in the clan, in a collective dimension.  It is there, where we can trace the origin of the identity principle.
The studies of Le Breton, Van Gennep, Nathan, Ulnik, Favazza, Lemma and others, are of remarkable importance for our thesis: thanks to the anthropological disciplines, we get in touch with a “group skin”, a sort of adjustment and exchange device between the individual and the group; a symbolic and metaphoric machine, able to sanction the evolving individual and collective stages.
Finally, our research focuses on the couple “skin – identity formation”.

Dalla teoria dell'attaccamento alla criminologia: il reato come fenomeno relazionale

Studentessa: Marcon Giulia
Titolo tesi: Dalla teoria dell'attaccamento alla criminologia: il reato come fenomeno relazionale
Docente relatore: prof. Monzani Marco
Controrelatore: prof. Marchioro Davide Maria
Presidente Commissione di tesi: prof. Giacopini Nicola
Laurea magistrale in: Psicologia clinica e di comunità
Data: 08/10/2014

Perché nella maggior parte dei casi sono gli uomini che uccidono le donne e non il contrario? Come può la storia personale, gli eventi che accadono nella vita dell’individuo e l’infanzia stessa influenzare quelli che sono i rapporti interpersonali? E se ci fosse veramente questa influenza, soprattutto nei riguardi dell’infanzia, quali sono i riscontri nella vita adulta? E’ possibile predire la scelta della vittima e/o dell’autore di un’azione criminosa? Cosa si nasconde dietro a tutto questo? E’ possibile una chiave di lettura unica di fenomeni così diversi tra loro?
Questo scritto è nato dalla personale curiosità di provare a rispondere a queste domande, provare ad andare oltre a quelle azioni definibili come reati cercando di individuare come dietro ad ogni azione si nasconda sempre un aspetto psicologico con l’obiettivo di far emergere l’importanza della psicologia e di conseguenza il ruolo dello psicologo all’interno della così chiamata “ scena del crimine”.
Lo scopo quindi è stato quello di affrontare azioni criminali come l’omicidio, la violenza fisica, i reati passionali e il fenomeno dello stalking da un punto di vista prettamente psicologico avendo come riferimento la teoria dell’attaccamento; si sono individuati quelli che sono gli aspetti storico-relazionali tra autore e vittima per poter andare oltre l’azione criminosa in sé, creare una sorta di quadro di riferimento di quelli che sono stati gli eventi della storia personale degli individui che hanno portato all’atto criminale.
Per affrontare il tutto si è partiti in primis dall’aspetto psicologico prendendo in analisi la teoria dell’attaccamento: dai modelli di attaccamento nell’infanzia, all’influenza di questi come determinante nelle relazioni interpersonali; ancora, attaccamento e patologia con riferimenti al DSM IV e, infine, le diverse tipologie di attaccamento nella relazione tra autore e vittima di un atto criminale.   Passando ad una chiave di lettura più criminologica, data l’importanza propria del legame tra autore e vittima definita come “terza creatura”, si è preso in analisi il reato inteso come fenomeno relazionale mettendo in evidenza proprio la relazione affettiva tra autore e vittima prima e durante la commissione del reato. È stato poi affrontato il rapporto familiare: i legami affettivi e psicologici e il loro riscontro nell’azione criminosa. Per farlo si sono prese in considerazione la figura dell’uomo e della donna dal punto di vista di quelli che C.G. Jung definisce come Archetipi.                                                                            
Una volta approfonditi questi argomenti, supportati anche da esempi di cronaca nera e a dimostrazione dell’influenza dell’attaccamento nella vita adulta e all’interno di un’azione criminosa, si è preso in analisi un caso di omicidio passionale accaduto a Pistoia.
Il concetto psicologico sul quale si è fondato l’intero elaborato, dunque, è la Teoria dell’Attaccamento proposta da J. Bowlby, delineando l’importanza dell’attaccamento stesso in quanto elemento fondamentale proprio dell’infanzia e che vede la sua influenza nell’intera vita dell’individuo.
Se l’attaccamento risulta essere fondamentale per la psicologia, in questo elaborato si è dimostrato come questo argomento sia fondamentale anche in campo criminologico.
Attaccamento, quindi, come chiave di lettura per risalire alla storia dell’individuo, al suo vissuto ed alle motivazioni che lo hanno portato a compiere un crimine.
Da questo deriva l’altrettanto importante figura del criminologo-psicologo, colui che attraverso il così chiamato “occhio clinico” è in grado di offrire contributi notevoli all’intero processo di investigazione.
L’influenza degli attuali mezzi di comunicazione, il modo attraverso il quale viene riportato un caso di omicidio, l’influenza mediatica che vede investire interi processi o casi di cronaca nera, rendono indispensabile un’analisi quanto più articolata ed obiettiva possibile, che vada oltre il pregiudizio secondo il quale è il malato di mente che uccide o il pazzo da cui allontanarsi; pregiudizi infondati dato che si è visto che nella maggior parte dei casi il crimine viene commesso all’interno delle mura domestiche e viene mosso da persone con le quali la vittima ha una relazione di vicinanza.

Bambini con ADHD: quando la vivacità è patologia

Studentessa: Martellato Martina
Titolo tesi: Bambini con ADHD: quando la vivacità è patologia
Docente relatore: prof. Lodoli Mavi
Controrelatore: prof. Fressini Lara
Presidente Commissione di tesi: prof. Giacopini Nicola
Laurea magistrale in: Psicologia clinica e di comunità
Data: 08/10/2014

Distratti, precipitosi, provocatori: ecco come si presentano bambini con ADHD.  Non sono bambini viziati in famiglia o pigri nell’apprendimento; sono bambini che vengono definiti “sopra le righe” ma in realtà alla base dei loro comportamenti è presente un disordine neurobiologico dello sviluppo, ovvero il Disturbo da Deficit di Attenzione con Iperattività (DDAI) identificato con l’acronimo inglese ADHD. Questa tesi offre una panoramica sulla patogenesi del disturbo con particolare attenzione alle differenze neuroanatomiche e neurochimiche cerebrali di questi bambini rispetto ad altri soggetti. Le differenze riscontrate nei soggetti con questo disturbo portano a difficoltà in ambito scolastico, disagi relativi alla sfera emotiva e problematiche nei rapporti interpersonali poiché una delle manifestazioni possibili dell’ADHD è l’aggressività.
Un bambino ADHD mostra fatica ad adempiere ai compiti evolutivi e alle richieste sociali perché è privo della capacità di autoregolazione cognitiva e comportamentale. Primariamente l’ADHD è una problematica relativa all’inibizione comportamentale e dell’incapacità di mantenere un’attenzione prolungata, ma in modo più specifico è un quadro clinico che riguarda la compromissione delle funzioni esecutive.
La diagnosi di ADHD è difficile e delicata in quanto riconoscere e diagnosticare questo tipo di Disturbo non è semplice perché le manifestazioni sono differenti da soggetto a soggetto e possono essere presenti disturbi associati che potrebbero ricondurre ad altre patologie o dipendere da fattori diversi da quelli di natura neurobiologica. Per questo motivo, è fondamentale che il clinico svolga una diagnosi accurata al fine di non incombere in errori o abusi di diagnosi e di evitare di incatenare comportamenti normali di vivacità tipici dell’infanzia all’interno di un quadro diagnostico.
Si può guarire dall’ADHD? I soggetti con tale disturbo vanno incontro ad una remissione dell’intensità sintomatologica nel corso degli anni e della gravità del disturbo, ma potrebbero continuare a possedere una compromissione funzionale. Rispetto al trattamento, un tema molto caldo e che ha sollevato pareri discordanti in ambito neuropsicologico, riguarda la terapia farmacologica che apparentemente sembra essere la risoluzione delle problematiche presentate dall’ADHD, in realtà i farmaci migliorano temporaneamente i sintomi ma non curano tutti i disagi vissuti da questi bambini in diversi contesti. La chiave d’accesso per il benessere di bambini ADHD è un buon lavoro di rete tra clinico e tutte le agenzie educative che ruotano attorno a loro, attuando interventi multimodali e multifocali mirati allo sviluppo dell’autocontrollo.

Il pensiero magico nell'adolescenza: indagine su un campione di studenti

Studentessa: De Faveri Elisa
Titolo tesi: Il pensiero magico nell'adolescenza: indagine su un campione di studenti
Docente relatore: prof. Capodieci Salvatore
Controrelatore: prof.ssa Fressini Lara
Presidente Commissione di tesi: prof. Monzani Marco
Laurea magistrale in: Psicologia clinica e di comunità
Data: 19/07/2014

La tesi, dopo aver passato in rassegna la letteratura scientifica sull’argomento, presenta una ricerca svolta su un gruppo di 158 studenti di un Liceo delle Scienze Umane di Padova. È stato somministrato un questionario, appositamente costruito per questa tesi sperimentale, teso ad esaminare una pluralità di temi relativi al pensiero magico negli adolescenti, come fortuna/sfortuna, superstizione, oroscopo e credenze popolari.
L’obiettivo dello studio è stato duplice: verificare il tipo di pensiero prevalente nella vita quotidiana del campione di studenti indagato e fornire uno strumento che possa essere utile in campo psicopedagogico per la prevenzione di psicopatologie correlate al pensiero magico, come il disturbo ossessivo-compulsivo e il gioco d’azzardo patologico.

Stress lavoro correlato: la metodologia HSE/INAIL applicata al settore produzione di un'azienda del nord est

Studente: Ferraro Domenico
Titolo tesi: Stress lavoro correlato: la metodologia HSE/INAIL applicata al settore produzione di un'azienda del nord est
Docente relatore: prof. Gianoli Ernesto
Controrelatore: prof. Civelli Franco
Presidente Commissione di tesi: prof.ssa Dal Mas Lieta
Laurea magistrale in: Psicologia clinica e di comunità
Data: 18/07/2014

Lo stress in ambito lavorativo rappresenta un fenomeno diffuso nella nostra epoca; anche la normativa europea ed italiana si è occupata di esso inserendolo in diversi documenti di carattere vincolante per le aziende. Per la valutazione dello stress lavoro correlato l’Italia ha optato per un metodo integrato, il metodo HSE/INAIL che si disloca in tre fasi: una  “fase propedeutica”, preparatoria; una “valutazione preliminare”, oggettiva (infortuni, assenze per malattia, assenze dal lavoro, procedimenti giudiziari, ecc.) ed una “valutazione soggettiva” che prevede la partecipazione  di ogni singolo operatore dell’organizzazione. Dalla studio di questo metodo presso un’azienda del nord est italiano si coglie un quadro di luci ed ombre. Da una parte il metodo risulta valido, ben strutturato e può coinvolgere una ampia gamma di operatori; dall’altra  esso non appare semplice ma piuttosto complesso sia dal punto di vista organizzativo che della gestione delle dinamiche psicologiche. Il questionario manca di un manuale che aiuti nell’interpretazione del punteggio e nella chiarificazione delle domande. L’intero percorso metodologico pare costruito attorno ad un modello di azienda di grandi dimensioni strutturate al loro interno con una figura preparata per la  gestione del personale mentre la  stragrande maggioranza di aziende italiane è di micro, piccole e medie dimensioni. La metodologia quindi, per essere applicata nella sua interezza e nella maggioranza dei casi, richiede la partecipazione di figure esterne all’organizzazione. La dimensione comunicativa, importantissima per gestione dello stress, non compare direttamente fra le sei dimensioni organizzative chiave del questionario.

Stress in the workplace is a widespread phenomenon in our time; also the Italian and European legislation has dealt with it by inserting it in different documents binding the companies. For the evaluation of work-related stress Italy has opted for an integrated method , the method HSE/INAIL that is developed in three phases:  a "preparatory phase"; a "preliminary objective assessment" (accidents on the workplace, absence from work while ill, time off from work , court proceedings, etc. . ) and a subjective assessment that involves the participation of each individual operator. From the study of this method in a company in the north east of  Italy we have a picture of lights and shadows. On the one hand the method is valid and well-structured and may involve a wide range of actors; on the other hand it does not seem simple but rather complex both from the organizational point of view and from the management of the psychological dynamics point of view. The questionnaire lacks a manual that helps in the interpretation of the score and in the clarification of questions. The entire methodological itinerary seems built around a model of a large and structured company that has internally prepared a member for the management of employees while the vast majority of Italian companies is of micro, small and medium size. The methodology then, to be applied completely  and in most cases, requires the participation of members outside the organization. The communicative dimension , very important for stress management, does not appear directly in the six organizational key dimensions of the questionnaire.

Essere donne in Africa e in Occidente. Identita', corporeita'e metodologie a confronto

Studentessa: Cappelletto Irene
Titolo tesi: Essere donne in Africa e in Occidente. Identita', corporeita'e metodologie a confronto
Docente relatore: prof. Rossi Lino
Controrelatore: prof. Boccalon Roberto
Presidente Commissione di tesi: prof. Fontana Umberto
Laurea magistrale in: Psicologia clinica e di comunità
Data: 17/07/2014

I flussi migratori che negli ultimi decenni hanno interessato il mondo intero ci hanno costretto a ridefinire i nostri valori, la nostra identità, la nostra cultura.
In questo contesto, l’interesse per le condizioni delle donne e per il loro benessere, mi ha spinto a svolgere la mia tesi, partendo dalle definizioni di identità di diversi autori.
Considerato il pensiero di E. H. Erikson, è nata la consapevolezza dell’importanza dell’identità, concetto che non si limita solo alla cultura, ma è un processo continuo, in divenire, in cui l’aspetto relazionale è il fulcro: ogni contatto con l’Altro in qualche modo ci influenza.
Avere un corpo è di fondamentale importanza, essere donna ed essere uomo è diverso.
La donna è spesso vittima di discriminazione, soprattutto in certe parti del mondo che noi consideriamo più primitive. Anche certe pratiche corporee sono la testimonianza di veri e propri abusi sul corpo della donna. Le mutilazioni genitali femminili sono un esempio.
Queste tradizioni che si svolgono principalmente in Africa, sono solitamente perpetuate su bambine o giovani donne come rituali tradizionali per considerare le donne vere appartenenti al gruppo sociale e per evitare che provino piacere sessuale. Si tratta di riti che di fatto sottendono una mancanza di libertà di scelta.
Esistono, poi, altre operazioni che vengono svolte nelle cliniche più specializzate e all’avanguardia in Occidente, che permettono alla donna di ridefinire, ridisegnare il suo organo genitale, spesso in nome della libertà personale. Queste pratiche nascono da ideali estetici che i mass media ci impongono.
Questa tesi vuole dimostrare da una parte come l’appartenenza ad una popolazione incida nell’identità personale e quanto importante è per una persona sentirsi parte del proprio gruppo sociale, ma anche dimostrare quanta strada devono ancora fare le donne per raggiungere la vera libertà. Le motivazioni che sostengono entrambe le operazioni sono sempre dettate da una mancanza di libertà derivante da contesti maschilisti o dalla società che propone fino ad imporre precisi canoni estetici.
Il corpo delle donne viene sempre gestito da terzi, facendo leva sull’ignoranza, sulla subordinazione ma anche su veri e propri disagi psicologici. Al termine della mia tesi, voglio ribadire l’importanza della relazione come unico mezzo che cura e sana le ferite che ci portiamo dentro.

Lingua Italiana Dei Segni (L.I.S.): metodo di comunicazione sostitutiva nei disturbi dello spettro autistico. Ricerca sperimentale su tre soggetti

Studentessa: Di Nardo Noemi
Titolo tesi: Lingua Italiana Dei Segni (L.I.S.): metodo di comunicazione sostitutiva nei disturbi dello spettro autistico. Ricerca sperimentale su tre soggetti
Docente relatore: prof.ssa Anfuso Iris
Controrelatore: prof.ssa Marcon Sonia
Presidente Commissione di tesi: prof. Rossi Lino
Laurea magistrale in: Psicologia clinica e di comunità
Data: 17/07/2014

L’autismo è un disturbo qualitativo dell’interazione sociale, caratterizzato da un forte deficit comunicativo, da attività e repertori ripetitivi e stereotipati e da una costante tendenza all’isolamento.
Il quadro clinico descritto ha insorgenza entro i tre anni d’età, ed una valutazione repentina ed accurata risulta fondamentale per impostare un piano riabilitativo adeguato ed escludere comorbidità con altri quadri psicopatologici.
Le attuali terapie educative, messe in atto al fine di un recupero funzionale, si basano sui principi dell’Applied Behaviour Analysis, ed è stato ipotizzato che, un aiuto nello sviluppo del canale verbale del bambino autistico (linguaggio parlato o segnato), possa provenire dall’insegnamento della Lingua Italiana dei Segni (L.I.S.).
Il metodo alternativo di comunicazione tramite segno, può favorire l’incremento dell’etichettamento degli oggetti, delle richieste spontanee e delle corrette interazioni con gli adulti ed il gruppo dei pari. L’insegnamento si avvale delle tecniche di shaping (modellaggio), prompting, fading e rinforzo positivo.
La tesi sperimenta, tramite un training che ricorre alle metodologie sopracitate, la possibilità di apprendimento ed applicazione dei segni in tre ragazzi autistici di 13, 13 e 15 anni. Per uno dei tre ragazzi, il training segnato ha prodotto un forte incremento del mand (richieste spontanee). I risultati suggeriscono in ogni caso che l’acquisizione del segno è suscettibile alle caratteristiche peculiari di ciascun soggetto, e che le difficoltà nell’imitazione giocano un ruolo importante in questo tipo di apprendimento.   
Genitori, insegnanti ed educatori sono stati formati allo scopo di creare una continuità  tra la terapia in studio, l’ambiente casa e la scuola.

Modificare la propria vita cambiando il modo di pensarla. Come l'ottimismo influisce sulla capacità di superare gli stress, riprogettando positivamente la propria esistenza

Studentessa: Chiaradia Lisa
Titolo tesi: Modificare la propria vita cambiando il modo di pensarla. Come l'ottimismo influisce sulla capacità di superare gli stress, riprogettando positivamente la propria esistenza.
Docente relatore: prof. Meazzini Paolo
Controrelatore: prof. Benatti Fabio
Presidente Commissione di tesi: prof. Battaglini Federico
Laurea magistrale in: Psicologia clinica e di comunità
Data: 07/03/2014

Tutti noi, anche se spesso non consapevoli, siamo caratterizzati da uno stile di pensiero, cioè un modo per leggere gli eventi che ci accadono nel corso della giornata e della nostra vita più in generale. Esso può essere prevalentemente di tipo ottimistico o pessimistico a seconda delle attribuzioni causali che formuliamo su un certo evento e sulle implicazioni che esso avrà per noi e per la nostra esistenza.
Questi due diversi atteggiamenti possono favorire od ostacolare il superamento dei problemi che incontriamo ed in particolare l'ottimismo è alla base di una virtù assai più alta e fondamentale per la vita stessa: la SPERANZA.
A partire da queste premesse, nella prima parte della tesi sono trattate le caratteristiche degli stili di pensiero, la loro costruzione in età evolutiva e come essi possano sempre essere modificati nel corso dell'esistenza.
Nella seconda parte è sottolineato il loro legame con la RESILIENZA, termine sempre più in voga, utilizzato per definire la capacità di superare gli stress della vita, riprogettando positivamente la propria esistenza, facendo tesoro di ciò che ogni nuova esperienza, positiva o negativa che sia, ha da insegnare, trasformando così anche il dolore in una risorsa.
Infine, ho voluto dare un taglio più scientifico al lavoro, riportando i dati degli studi di correlazione condotti con il programma SPSS, relativi a due questionati somministrati in una scuola secondaria di primo grado, uno per rilevare lo stile di pensiero e uno per la capacità di resilienza. E' stata anche un'occasione per me e per la prof. Lucia Boncori di Roma che mi ha fornito il suo questionario sulla resilienza, per validarlo ulteriormente, ed è stata una collaborazione proficua e vincente.