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Attaccamento e disturbi del comportamento alimentare

Studente: Ravanne Chiara
Titolo tesi: Attaccamento e disturbi del comportamento alimentare
Docente relatore: prof. Marchioro Giovanni
Controrelatore: Prof.ssa Fressini Lara
Presidente Commissione di Tesi: prof. Gianoli Ernesto

I Disturbi del comportamento Alimentare si sono diffusi nel mondo industrializzato in modo preoccupante, sia per la numerosità dei casi, che per la gravità dei quadri clinici e per il fatto che colpiscono in prevalenza la popolazione giovanile. I fattori che predispongono la persona allo sviluppo della malattia e che mantengono il disturbo una volta stabilitosi, non sono ancora completamente chiari. Un’eziologia così complessa non può essere definita se non attraverso una dimensione multifattoriale, che tenga conto dell’interazione fra fattori biologici, psicosociali e culturali.
In questo lavoro ci siamo occupati di approfondire la Teoria dell’Attaccamento, un ambito di studi che nasce nella seconda metà del 900 e che vede in J. Bowlby il suo capostipite. Tale teoria sottolinea il ruolo centrale della relazione nello sviluppo dell’essere umano, soprattutto delle relazioni primarie, quelle che avvengono tra il bambino e il suo caregiver nella prima fase della vita. La qualità dell’accudimento, la disponibilità e la capacità di risposta materna, diventano fondamentali per uno sviluppo sano della persona.
Recenti studi hanno dimostrato che stili di attaccamento insicuri sono comuni in soggetti con disturbi alimentari ed è in accordo con tali risultati che si è voluta fare una ricerca sperimentale per indagare sullo stile di attaccamento di pazienti con disturbo alimentare e sull’eventuale presenza di tratti alessitimici in questi soggetti. In base agli esiti dello studio, è stata fatta una riflessione sulle possibili ricadute in ambito clinico e sono stati ipotizzati alcuni interventi terapeutici.

La ricerca della felicità in età adolescenziale. Un’indagine preliminare

Studente: Pozzobon Cristiana
Titolo tesi: La ricerca della felicità in età adolescenziale. Un'indagine preliminare
Docente relatore: prof Capodieci Salvatore
Controrelatore: prof. Marchioro Giovanni
Presidente Commissione di Tesi: prof. Magrini Mario

Quando si parla di adolescenza si tende ad associarla ad emozioni quali rabbia, paura, tristezza, come se queste rappresentassero la dimensione esclusiva della vita affettiva dei giovani; di adolescenti tristi, annoiati, disperati giornali e televisione ne danno notizia continuamente.
Contrariamente di adolescenti felici, che affrontano le sfide quotidiane con ottimismo e non si arrendono, che cercano il benessere (nelle diverse accezioni soggettivo e psicologico),  una ricerca di senso, un orientamento verso qualcosa o Qualcuno che possa fornire una ragione di essere felici, se ne parla molto poco.
Una visione differente, più completa e libera da stereotipi, mostra l’adolescente come una persona che, nonostante la giovane età, ha piena consapevolezza del proprio mondo interiore, lo vive e lo analizza, mostrando sorprendenti capacità di riflessione.
L’adolescente è in grado di gioire e godere delle piccole cose della sua quotidianità, ma anche di comprendere l’importanza delle relazioni, di trarre da queste una fonte di appagamento e di soddisfazione, nonostante (o forse grazie a) la sua “immaturità” sentimentale.
Da questa prospettiva dunque l’adolescenza è cambiamento, apertura al nuovo, e come tale non può presentarsi solo con le tinte fosche dell’insicurezza e dell’apprensione.
Che ne è dell’eccitazione entusiastica per la novità, per la scoperta, per la conquista che dovrebbe caratterizzare questa fase della vita? L’adolescenza, come periodo di transizione, rappresenta il terreno su cui gettare le basi per la propria vita futura, e in queste basi risiedono spesso la speranza per un avvenire sereno e appagante e l’aspirazione ad un benessere soggettivo, caratterizzato da variabili quali la realizzazione dei propri sogni, l’autostima, l’accettazione di sé, l’autonomia, le relazioni positive con gli altri.
E’ fondamentale stimolare i ragazzi a credere nelle proprie possibilità, nelle proprie attitudini, nella propria volontà di agire in modo costruttivo dando, voce alla propria consapevolezza di “essere per esserci”.
E’ stato scritto: “… L’uomo è nel più profondo di sé stesso alla ricerca di senso. E’ sempre già orientato e teso verso qualcosa che non è lui stesso…Quello che l’uomo cerca, non è la felicità, ma una ragione di essere felice”.
La tesi descrive lo sviluppo dell'autoconsapevolezza quale capacità intrinseca all’uomo per il raggiungimento del senso di completezza e di realizzazione del benessere fisico e spirituale nella propria vita.
Contestualmente infatti si rafforza una maturazione del rapporto col trascendente quale risposta al mistero di senso che regna nell’animo umano nella ricerca di una relazione significativa tra sé stesso e la totalità dell’essere. Questo rapporto con il trascendente va al di là dell’esperienza perché diventa essa stessa esperienza di spiritualità propria di ogni storia personale espressa e vissuta intimamente.
Da qui l’idea di un legame tra benessere e trascendenza essendo entrambi le dimensioni di una peculiarità comune alla specie umana.
La tesi ha l’obiettivo di sviluppare tali concetti e, attraverso una ricerca sperimentale preliminare, provare ad osservarne la relazione per evidenziare i processi quali indicativi contributi in una relazione d’aiuto in sede di colloquio terapeutico.

Lettura attraverso l'ICF del funzionamento del bambino e variabili che influenzano l'evoluzione: il fattore famiglia

Studente: Stecca Giovanna
Titolo tesi: Lettura attraverso l'ICF del funzionamento del bambino e variabili che influenzano l'evoluzione: il fattore famiglia
Docente relatore: prof.ssa Anfuso Iris
Controrelatore: prof. Marcon Sonia
Presidente Commissione di Tesi: prof. De Pieri Severino

La tesi nasce dall'esperienza lavorativa pluriennale di una logopedista e un educatore professionale nell'ambito della riabilitazione in età evolutiva. Dal lavoro con i bambini, le loro famiglie e la scuola, svolto sia singolarmente sia in equipe multiprofessionale, sono scaturiti alcuni interrogativi divenuti oggetto condiviso per pensare a due tesi con struttura iniziale identica ma con obiettivi diversificati.
L'elaborato tenta di rispondere ad alcune domande: quali fattori influiscono sull'evoluzione del bambino; quali hanno maggiore valenza in tale evoluzione; se è  possibile ipotizzare, a partire tali fattori, una prognosi.
A questo scopo sono stati selezionati 14 casi accomunati da sintomatologia iniziale e dal percorso valutativo e riabilitativo seguito nel corso degli anni, durante i quali i bambini si sono differenziati nell'evoluzione, rendendo necessaria la ridefinizione della diagnosi iniziale. Sono stati confrontati funzionamento e fattori contestuali, utilizzando i questionari ICF-CY che hanno permesso una descrizione del bambino che ha tenuto conto sia delle caratteristiche psicopatologiche e ambientali, sia dell'impatto che il disagio ha sulla vita sociale.
Scopo della tesi è indagare, dal punto di vista qualitativo, partendo dal confronto tra i vari casi: se sussistono dei fattori specifici e determinanti il tipo di evoluzione; la rilevanza di tali fattori; se bambini con diagnosi attuale simili presentano anche una somiglianza nei fattori che ne descrivono il funzionamento; se è possibile identificare fattori specifici utili alla diagnosi differenziale.

L'educatore come figura di attaccamento e la proiettività di attaccamento

Studente: Mantelli Filippo
Titolo tesi: L'educatore come figura di attaccamento e la proiettività di attaccamento
Docente relatore: prof.ssa Schinella Angela
Controrelatore: prof. Gianoli Ernesto
Presidente Commissione di Tesi: prof. Giacopini Nicola

Partendo dai ben noti fondamenti bowlbiani (modelli operativi interni e tipologie di attaccamento: sicuro, insicuro-evitante, insicuro-ambivalente, insicuro-disorganizzato), la mia tesi si è posta come obiettivo quello di entrare nel merito di aspetti meno conosciuti della teoria dell'attaccamento.
Ho analizzato la teorizzazione sul "sistema di attaccamento-accudimento" allargandolo dalla diade madre-bambino alla relazione educativa in senso lato.
Da un'analisi della letteratura, è emerso come l'educatore possa a pieno titolo configurarsi come figura secondaria di attaccamento, andando ad interagire con i modelli di attaccamento trasmessi dalle figure primarie. Si tratta del costrutto di "trasmissione intergenerazionale dell'attaccamento". Con questo termine si indica quel processo di assimilazione e accomodamento che porta al cristallizzarsi dei modelli operativi interni, che peraltro saranno complementari a quelli del genitore.
Ciò è tanto più importante, se si considera che molti studi hanno mostrato la predittività di stili di attaccamento insicuro nell'infanzia rispetto a possibili futuri esiti psicopatologici.
Si è potuto quindi affermare, sulla scorta di ricerche e studi approfonditi, tre punti fondamentali:

  • l'attaccamento influenza la psiche del bambino e, se disfunzionale, può contribuire a disorganizzare la personalità in evoluzione, soprattutto in famiglie ad elevato rischio psicosociale;
  • l'educatore può avere un ruolo nello sviluppo dell'attaccamento infantile ed attutirne l'impatto sulla personalità attraverso l'attivazione di un sistema attaccamento-accudimento alternativo;
  • la funzione di accudimento dell'educatore è influenzata dalle sue rappresentazioni di attaccamento.

Si potrebbe parlare di una sorta di proiettività delle rappresentazioni di accudimento, sviluppatesi in stretta relazione con le esperienze di attaccamento. Queste rappresentazioni, o modelli operativi, di accudimento agirebbero come una sorta di filtro. Se la ricerca afferma che l'educatore può avere un ruolo nello sviluppo delle rappresentazioni di attaccamento, questo ha una ricaduta pratica più che evidente: l'attivazione di servizi educativi attachment-oriented può

  • su un piano immediato, migliorare la capacità di mentalizzazione dei bambini provenienti da contesti ad alto rischio e quindi, nell'immediato, migliorare la qualità delle loro relazioni e dirimere le tante ambiguità (doppio legame) che provocano sofferenza
  • su un piano prospettico, agire come fattore protettivo rispetto alla prognosi di disturbi clinici e di personalità.

Casa di accoglienza e famiglia: fra analogie e specificità. L'esperienza di progetto Miriam

Studente: Visentin Sara
Titolo tesi: Casa di accoglienza e famiglia: fra analogie e specificità. L'esperienza di progetto Miriam
Docente relatore: prof. Giacopini Nicola
Controrelatore: prof.ssa Marcon Sonia
Presidente Commissione di Tesi: prof. Diotto Mariano

L’idea dalla quale si è sviluppata questa tesi è nata nel corso delle attività svolte durante il tirocinio accademico presso la “Casa di accoglienza Porta San Giacomo” promotrice di “Progetto Miriam”, una struttura che accoglie donne vittime di tratta, madri con bambini e ragazze straniere in situazione di particolare disagio. La riflessione principale è legata all’opportunità di incontrare in questa struttura alcuni degli elementi che connotano la generatività sociale e mi è sembrato interessante indagare come si esplica tale generatività in un contesto così delicato e particolare, sia per i destinatari dell’accoglienza sia per la comunità che la gestisce.
Questo obiettivo è stato affrontato nella tesi partendo da un primo capitolo di tipo teorico-fondativo, dedicato al tema della famiglia con l’obiettivo di darne una definizione e tracciare, a partire da quanto delineato dal paradigma relazionale-simbolico, gli elementi distintivi, i compiti e le sfide che la contraddistinguono. Dopo un approfondimento sulla problematica complessa della tratta delle donne la tesi presenta un terzo capitolo di tipo applicativo. E’ stato elaborato un questionario di tipo qualitativo sull’esperienza vissuta presso la casa di accoglienza: è stato somministrato ad alcune ragazze, ai volontari e alle suore che gestiscono la comunità. Attraverso il confronto con coloro che, a diverso titolo, si trovano a vivere e a partecipare a tale realtà vengono presentati i dati emergenti e le considerazioni conclusive circa la connessione tra Progetto Miriam e generatività di tipo “familiare”.

Harry Stuck Sullivan: un itinerario umano e un paradigma scientifico da rivisitare

Studente: Baratto Maria Teresa
Titolo tesi: Harry Stuck Sullivan: un itinerario umano e un paradigma scientifico da rivisitare
Docente relatore: prof.ssa Schinella Angela
Controrelatore: prof. De Pieri Severino
Presidente Commissione di Tesi: prof. Barduca Renzo

Il lavoro di tesi si è focalizzato nella scoperta della figura di Harry S. Sullivan: da qui il titolo della tesi: “Harry S. Sullivan: un itinerario umano e un paradigma scientifico da rivisitare”.
Gli obiettivi principali della ricerca che mi sono proposta di raggiungere:

  1. Conoscere Sullivan e la sua opera.
  2. Approfondire la sua nuova “teoria evolutiva” e il concetto di “angoscia”.
  3. Crescere in competenza nel colloquio terapeutico.
  4. ‘Dare voce’ a questo grande Autore.

Il percorso del lavoro di tesi, per raggiungere questi obiettivi, si divide in due parti, seguite da una conclusione finale.
Nella prima parte ho cercato di evidenziare il percorso biografico di H. S. Sullivan e la rilevanza assunta da questi all’interno della psichiatria, la psicoterapia e la psicoanalisi interpersonale.
La seconda parte, fulcro della ricerca, presenta le “epoche evolutive”, individuate dall’autore, e in un secondo momento la sua “teoria dell’angoscia”.
La seconda parte termina  con una breve esposizione del suo approccio con i pazienti schizofrenici.

Le
osservazioni conclusive
Per H. S. Sullivan la ‘personalità degli individui’ si manifesta sempre e soltanto attraverso le interazioni ed è da queste continuamente rimodellata.
Nella sua teoria afferma che ci sono due ordini di motivazioni che regolano la vita relazionale degli individui: i bisogni di soddisfazione e i bisogni di sicurezza. Per Sullivan il bambino è inconcepibile al di fuori della diade madre-figlio. Da questa interazione  trae origine il “sistema dell’Io” o “sistema del Sé”, il cui ruolo sarà quello di mantenere la sicurezza interpersonale e quindi proteggere l’individuo dall’ “angoscia”.
Il ha nella teoria di Sullivan una duplice valenza:

-   il come costruzione da parte dei giudizi degli altri

-  il come istanza selettiva.

L’approccio terapeutico di Sullivan si differenzia dalla “neutralità” imposta da Freud. Il suo metodo ha come base una relazione interpersonale e definisce l’atteggiamento da tenere con l’espressione “osservazione partecipante”.
H. S. Sullivan manifesta una grande umanità e una grande fiducia nelle capacità dell’individuo:
La personalità tende sempre verso quello stato che chiamiamo salute mentale o buon adattamento interpersonale, nonostante i danni sofferti con il condizionamento culturale. La direzione fondamentale dell’organismo è rivolta verso il progresso”. La maturità adulta se viene felicemente raggiunta, la persona acquista un rispetto di sé adeguato a qualunque situazione, e un analogo rispetto per gli altri; una dignità adatta alla possibilità di una persona capace; e una iniziativa personale che rappresenta un felice adattamento della sua situazione personale alle circostanze che caratterizzano l’ordine sociale di cui fa parte”. (S.H.Sullivan, Teoria interpersonale della psichiatria, p.21)

Comunicare nei processi organizzativi: la comunicazione nelle attività di servizio

Studente: Agati Stefano
Titolo tesi: Comunicare nei processi organizzativi: la comunicazione nelle attività di servizio
Docente relatore: prof.ssa Canduzzi Liviana
Controrelatore: prof. Severino De Pieri
Presidente Commissione di Tesi: prof. Renzo Barduca

L'universo della “comunicazione interpersonale” è infinito e ricco di galassie e di spazi piacevoli da percorrere, dove ancora oggi si scoprono nuovi pianeti e si dibatte su nuove dimensioni emergenti e in continuo divenire.  La comunicazione interpersonale ci aiuta a percepire il mondo che ci circonda, a selezionare e organizzare gli stimoli con i quali cogliamo la realtà e ci orientiamo in essa pur consentendo ad ognuno di noi, attraverso i meccanismi della percezione, un alto livello di soggettività interpretativa. A livello di base la comunicazione interpersonale studia gli atteggiamenti e le competenze comunicative specifiche dei soggetti in interazione e ne identifica in particolare gli stili comunicativi anche all’interno delle organizzazioni e delle aziende.

La scelta di questo argomento deriva in particolare dal mio mestiere di Docente e di Formatore, che mi pone prevalentemente in situazioni di comunicazione in ambito aziendale ed organizzativo. Il piano del lavoro ha previsto una panoramica sulle teorie generali della comunicazione, un’analisi della struttura organizzativa e delle principali variabili organizzative che influenzano i meccanismi operativi integratori di informazione e comunicazione e i processi aziendali, ponendo particolare enfasi sulle dinamiche inerenti la comunicazione nelle attività di servizio. Questa tesi ha avuto inoltre lo scopo di approfondire e di soddisfare molte curiosità personali sull’argomento, ed ha rappresentato un ulteriore progresso verso un continuo miglioramento nell’approccio quotidiano al lavoro sia dal punto di vista teorico che nella prassi.

La Poetry terapia: la poesia e la scrittura creativa nella psicoterapia e nella crescita personale

Studente: Turra Giovanni
Titolo tesi: La Poetry terapia: la poesia e la scrittura creativa nella psicoterapia e nella crescita personale
Docente relatore: prof. Mazzara Giampaolo
Controrelatore: prof. Isdraele Romano Annalisa
Presidente Commissione di Tesi: prof. Barduca Renzo

La tesi è un'attenta ricognizione sulla teoria e sulla prassi della Poetry Therapy, che la vede ottenere sempre più considerazione in vari settori dell’American Psychological Association, della British Association of Counselling and Psychotherapy e dell'Università di Tel Aviv e Johannesburg, nonché in vari approcci teorici, come nella Psicoanalisi, nella Terapia della Gestalt e nella Terapia Cognitiva. In questa tesi, la Poetry  Therapy è considerata come un metodo psicologico a mediazione artistica che può essere usato nelle terapie individuale, famigliare e di gruppo. L'enfasi che si considera nella Poetry Therapy riguarda l’evocatività del linguaggio. Dunque la tesi vuole dimostrare che la Poetry Therapy considera l’uso del linguaggio artistico, prevalentemente poetico, nella sua capacità terapeutica. Basandosi su un piano interdisciplinare, questa tesi è organizzata su tre dimensioni. La prima affronta la storia, l’evoluzione teorica della Poetry Therapy. La seconda dimensione affronta i modelli di pratica della Poetry Therapy che contengono tre componenti principali: il modello prescrittivo/recettivo, quello espressivo/creativo e quello simbolico/cerimoniale. La terza affronta la formazione del terapeuta e propone lo stato dell'arte della ricerca, nonché un'agenda per la  ricerca futura alla luce dell’esistente. Si portano quindi esempi probanti dell’uso della Poetry Therapy nella terapia famigliare, in quella di gruppo ed individuale. Si guarda infine alla formazione ed al ruolo dello psicologo nella Poetry Therapy, con attenzione alla  ricerca più recente e alla pratica professionale, soprattutto in ambito statunitense ed inglese (la bibliografia di riferimento è interamente in lingua inglese).

L'essenza del sé negli scritti di Heinz Kohut

Studente: Cecchele Arturo
Titolo tesi: L'essenza del sé negli scritti di Heinz Kohut
Docente relatore: prof.ssa Schinella Angela
Controrelatore: prof. Gianoli Ernesto
Presidente Commissione di Tesi: prof. De Pieri Severino

Obiettivi della ricerca:

  1. conoscere più da vicino la personalità di H. Kohut e le sue motivazioni alla ricerca;
  2. individuare le sue teorie psicologiche;
  3. istituire una sintesi riguardante il concetto del Sé;
  4. cercare di cogliere l’essenza del Sé in H. Kohut, attraverso una lettura critica e diacronica dei suoi testi;
  5. presentare alcune conseguenze della Psicologia del Sé rispetto alla psicoanalisi tradizionale nei confronti della teoria, della metodologia di ricerca e clinica ;
  6. per giungere quindi ad alcune ipotesi conclusive al termine del percorso.

Il lavoro del percorso di tesi, per raggiungere questi obiettivi, si articola in due parti, con una conclusione finale.
Nella prima parte, nel capitolo primo, viene evidenziato il percorso biografico di H. Kohut; mentre  nel secondo capitolo si cerca di mettere il luce i principali assunti teorici dell’Autore e la loro evoluzione. Nel terzo capitolo si nota  che la sua teoria definita la “Psicologia del Sé”, non è l’unica ed quindi, attraverso un iter storico, vengono descritte    le diverse teorie della “Psicologia del Sé”.
Nella seconda parte si descrive  la specifica comprensione del “Sé” in H. Kohut: nel capitolo 1.1, attraverso una descrizione del “Sé” nei diversi autori e la loro influenza teorica nella visione del “Sé” in H. Kohut,  e poi, nel capitolo 1.2, attraverso un percorso esegetico dei suoi scritti:

  1. Narcisismo e analisi del Sé – 1971;
  2. La guarigione del Sé – 1977:
  3. La ricerca del Sé – 1978;
  4. La cura psicoanalitica – 1984.

 

Il percorso termina poi con alcune osservazioni conclusive riguardanti in particolare la personalità di H. Kohut, la sua visione dell’uomo, il ruolo del terapeuta e alcune questioni ancora aperte.

Ipotesi di conclusione e questioni aperte

In Kohut  il ‘mistero dell’uomo’ trova nel Sé forse una risposta più profonda ma probabilmente non ultima. C’è in Kohut una visione positiva della persona, alla quale è sempre possibile, a tutte le età, avanzare nel proprio cammino di crescita e di consolidamento sano, purché sappia e possa incontrare ‘validi oggetti-Sé.  Il Sé, legato al passato, può evolversi nel presente, sempre aperto a nuova generatività, estensione di se stesso. L’ultima parola della vita umana non appartiene alle pulsioni, al conflitto ma al Sé. L’armonia personale, familiare e sociale non possono riposare che nella costruzione del Sé: il lavoro terapeutico non ha quindi solo valenza personale, ma diventa un servizio all’Umanità, perché “l’essenza vera e nucleare dell’umanità” sta nel Sé. Il terapeuta è quindi al servizio del Sé del paziente per aiutarlo a . L’Io è al servizio della persona, del suo programma.

Non tutto è però chiaro nel concetto di Sé in Kohut. Alcune domande si pongono:

  • come si origina il falso Sé?
  • L’interiorizzazione trasmutante avviene solo per gli oggetti-Sé oppure anche per gli oggetti che portano ad una non adeguata percezione di Sé?
  • Come si può parlare di un Sé ostile-distruttivo, se esso contiene le nostre potenzialità? Non è piuttosto l’immagine non adeguata di Sé, che porta ad un agire ostile-distruttivo?
  • Le ambizioni e gli ideali  come possono essere il Sé? Non sono piuttosto al suo servizio? Potrebbero essere a condizione che siano ideali e ambizioni del Sé e non fuori del Sé?
  • Se l’interiorizzazione trasmutante tocca tutte le capacità della persona, il Sé tocca allora tutta la persona? Il Sé coincide allora con la personalità riuscita?

Come conclusione è significativo dare una breve ma significativa descrizione sulla personalità di H. Kohut, attraverso le affermazioni di A. Carusi nella sua introduzione al testo Introspezione ed empatia:

<<Il percorso originale di Kohut, che seguì, passo dopo passo, ciò che il suo lavoro di psicoanalista gli faceva capire, ha contribuito a lanciare due rivoluzioni tra loro interconnesse: una rivoluzione moderna a livello teorico, sostituendo alle pulsioni freudiane il Self e la sua natura interrelazionale; e una rivoluzione postmoderna verso l’importanza della soggettività introspettiva dell’analista. Il lavoro di Kohut, in altre parole, contiene molto dell’odierno fermento creativo in psicoanalisi e non sorprende che abbia sollevato e tuttora sollevi tante reazioni e contrasti…E tuttavia non si può certo sminuire l’originalità del pensiero di Heinz Kohut riducendolo ai fattori che possono averlo influenzato o all’orizzonte di chi cerca di capire. Il fattore veramente determinante dell’evoluzione del suo pensiero fu in definitiva la fedeltà a se stesso>>.