Racconti di tirocini: Santa Cruz de la Sierra (Bolivia) - Proyecto don Bosco

"Tutti sapranno quanto l’incontro con l’altro dia la possibilità di posare gli occhi su un nuovo mondo, su una nuova prospettiva, su una nuova possibilità di mutare e ampliare il proprio sguardo. Tutti sapranno quanto sia preziosa l’esperienza di vita di coloro che incontriamo, perché misteriosamente portano in sé tutto ciò che li ha formati, tutto ciò che ha contribuito a far sì che siano gli uomini e le donne con cui interagiamo ogni giorno.

Quella espressione del viso, quella postura del corpo, ogni singola parte merita attenzione… Osservando, allo stesso tempo, con lo sguardo di educazione e di amore, alcune volte possiamo anche “rischiare” di scorgerne la sua possibilità di divenire, possiamo scorgere la luce che quel “Altro” racchiude in sé.

Un viaggio che oltrepassa i confini della propria terra, porta inevitabilmente a tutto questo, a volte non serve andare lontano per comprenderne la profondità e l’inevitabilità, a volte è necessario. Dalla consapevolezza delle mie paure, ma soprattutto delle mie risorse, sono partita per andare a Santa Cruz de la Sierra, in Bolivia, al fine di svolgere il mio tirocinio accademico.

La comunità salesiana della città accoglie, all’interno di diversi centri, i bambini e i giovani che si trovano in situazione di rischio e di emarginazione sociale; da qui nasce il progetto Don Bosco che ha proprio desiderio di offrire la possibilità di una nuova vita al cui centro ci siano sogni e progetti e dignità e non esclusione e indifferenza.


L’impatto con il fenomeno della vita di strada non è descrivibile, deve essere visto, vissuto, e in un certo senso anche accolto come facente parte di un diverso schema culturale che non siamo chiamati a giudicare, rischiando altrimenti di ergere dei muri tra ciò che è “giusto” e ciò che è “sbagliato”, perdendo di vista la necessità dell’apertura verso l’altro in qualsiasi condizione si trovi a sopravvivere; ciò non toglie che ognuno di noi possa avere un suo pensiero, ma è prima di tutto la predisposizione alla comprensione di diversi fenomeni che dà la possibilità di aprirsi al dialogo, al confronto, all’incontro con coloro che vivono in strada per costrizione o anche per scelta.

Le case di accoglienza sono 7 e sono sparse per la città; ognuna di esse è composta da una equipe formata da psicologi, educatori, assistenti sociali e volontari, che seguono passo per passo i ragazzi nella loro crescita, offrendo loro laboratori di carattere scolastico, educativo e professionale. Il clima di accoglienza che sperimentano nelle case li invoglia a prendersi cura di loro stessi e, a loro volta, di aiutare i propri compagni a proseguire verso quella scelta di vita che non vede più la strada come una possibile risposta ai propri bisogni perché sono proprio le loro domande nei confronti della vita ad essere mutate.
Techo Pinardi è la casa che accoglie i ragazzi di strada compresi tra i 13 e i 17 anni, la modalità con cui quest’ultimi entrano ed escono da questa struttura, è completamente volontaria, ed è per questo motivo che gli educatori fanno il possibile affinchè si sentano accolti, voluti, desiderati, perché solo attraverso il linguaggio dell’amore è possibile far maturare a questi ragazzi la consapevolezza della loro importanza e del loro valore, quella consapevolezza di portare in sé un tesoro prezioso che la strada  soffoca e non fa fiorire.

La maggior parte della mia esperienza di tirocinio si è svolta in questa casa di accoglienza e il progetto educativo, realizzato assieme alla mia compagna di viaggio Silva, è stato ideato come un percorso centrato sulla bellezza e l’importanza di avere un sogno che funga da trampolino di lancio verso la realizzazione piena della propria vita.

Il progetto, che ha coinvolto una decina di ragazzi, ha utilizzato la macchina fotografica come modalità di auto espressione, dei propri sentimenti e delle proprie idee, andando così subito al cuore di ciò che i ragazzi portavano dentro di loro. Molto spesso le parole facevano fatica a uscire, ma la modalità di un laboratorio che puntasse alla comunicazione del profondo tramite il non verbale, gli ha dato la possibilità di sentirsi liberi di esprimersi a parole solo se lo desideravano e a noi ha dato la possibilità di comprendere più in fretta il loro stato emotivo e le loro esigenze, visto che il nostro tempo di permanenza era molto breve. Siamo arrivate subito al cuore di questi ragazzi, senza nessuna pretesa ma solamente con la voglia di farli sentire desiderati e importanti, non solo per la finalità e la realizzazione del progetto in sé, ma per il fine più grande che racchiude tutta la comunità salesiana: aprirli verso una dimensione di futuro e di presa di coscienza di sé per rendere la vita di strada un’esperienza passata e non l’unica via possibile.

Il lavoro dei vari professionisti all’interno delle equipe è davvero intenso, ho avuto la possibilità di andare assieme ad un’assistente sociale a trovare le famiglie di alcuni ragazzi che, usciti dalla strada e inseriti all’interno del progetto don Bosco, sono ritornati dopo lungo tempo alle loro famiglie. Molto spesso alcuni giovani non hanno una famiglia da cui ritornare e il progetto offre la possibilità di apprendere delle professioni attraverso dei laboratori, in modo tale da non fermare il suo intervento ad un livello assistenziale di soccorso e recupero del disagio, ma effettua un vero e proprio accompagnamento verso l’autonomia del singolo. La dimensione dell’incontro è la dimensione per eccellenza che ha caratterizzato questa mia esperienza che non andrò a raccontare oltre… l’esperienza dell’incontro e non il racconto di esso, ci permette di mutare il nostro sguardo in modo definitivo. A mio parere ogni educatore o persona che abbia a cuore l’”Altro”, dovrebbe intraprendere un viaggio di scoperta, non solamente un viaggio fisico, ma un viaggio interiore verso il mondo dell’”Altro” culturalmente “diverso” in cui si nasconde lo stesso bisogno di ogni essere umano: il sentirsi amato".