Racconti di tirocini: Uganda (Africa) - Sant Francis Hospital di Kampala

Partenza 29 settembre 2014, destinazione Africa: Uganda, aeroporto di Entebbe. Tre valige con me: un bagaglio a mano, una valigia dal peso di 17,5 kg e me stessa. Sono partita dall’Italia con tutti i comuni stereotipi sull’Africa, credevo di trovare sole, caldo e distese di terra secca. No, non in Uganda. Due sono i colori che mi hanno accolta al mio arrivo e che mi accompagnano quotidianamente, qualsiasi spostamento io faccia: il VERDE delle distese foreste e il ROSSO della terra ugandese, un rosso mattone che appesantisce qualsiasi cosa guardi un occhio non abituato. Sono arrivata, inoltre, durante la stagione delle piogge. Paradossalmente a quanto si crede, l’acqua è una delle caratteristiche principali dell’Uganda, per questo motivo è definita THE PEARL OF AFRICA. Ben un terzo dell’Uganda è costituito da acqua, grazie al lago Victoria con cui confina e al Nilo che lo attraversa in diversi punti. Questo fa sì che ci siano tanti tipi di frutta e verdura e soprattutto ce n’è in abbondanza.

Mille sono i colori che ci sono per queste strade, ma due sono in netto contrasto, e sempre lo saranno: il nero e il bianco. Io qui sono un Muzungu, cioè bianca, cosi come ci chiamano nella loro lingua locale. Qui sono sempre sotto i riflettori, sono come una lampadina che cammina in mezzo al buio. Con il tempo mi sono abituata, ma questa differenza resterà sempre e sempre la si sente vivendo in questi posti. Questo comunque non è un ostacolo nelle relazioni, mi sono fatta molti amici e appena arrivata ho trovato una grande accoglienza: qui le persone sono molto aperte e calorose.


Lo scopo di questo mio viaggio in Africa è lo svolgimento del secondo semestre di tirocinio professionalizzante post-laurea. Io sono laureata in Psicologia Clinica e di Comunità alla facoltà IUSVE di Venezia-Mestre e qui in Africa lavoro nell’ambito del sociale. Sono a Nsambya Home Care, una sede staccata del Sant Francis Hospital di Kampala, la capitale dell’Uganda. Sono qui da un mese e una settimana e ho preso visione di alcuni progetti attivati dai social workers e dai counselors: il progetto principale, ad esempio, si chiama OVC, acronimo di Orphants and Vulnerable Children. Questo progetto ha l’obiettivo di aiutare i bambini e gli adolescenti affetti da HIV e soprattutto i loro caregivers. Qui appunto non si parla di famiglia, in quanto spesso i bambini e gli adolescenti rimangono orfani in seguito alla morte dei genitori o di uno dei genitori affetti da HIV. Chi è più fortunato ha una nonna che si prende cura di loro, altrimenti c’è un vicino di casa, o un amico o un conoscente dei genitori che ha deciso di prendersi cura dei bambini rimasti. In parallelo a questo c’è un altro progetto specifico per le Grandmothers, le quali sono supportate anche economicamente per pagare le tasse scolastiche dei nipoti. Spesso si parla di Home Care Community, cioè ci sono un certo numero di caregiver, con rispettivi bambini, presi in carico dalla Home Care, e ciò significa che sono regolarmente sottoposti a visite mediche, se necessario supportati economicamente, e hanno sempre a loro disposizione sia i counselors che i social workers. Questi ultimi, in particolare, sono molto attivi sul territorio: organizzano spesso workshop, ai quali ho partecipato e fatto da assistente con grande entusiasmo. Usano una metodologia pressoché uguale alla nostra. Nell’ultimo workshop, ad esempio, hanno trattato la tematica “Children’s education” considerando ogni fase di età, a partire dal neonato sino ad arrivare all’adolescente, e la tematica “Parent’s styling” ovvero gli stili educativi genitoriali. Con mia grande sorpresa e felicità, i social workers hanno alternato parti teoriche con parti della giornata più pratiche, utilizzando la tecnica del Role Playing. Questi sono stati i momenti più divertenti, dove le mamme e le nonne si sono davvero messe in gioco. Infine gli adolescenti in questo progetto OVC vengono definiti i “Vocational”, in quanto parte dei fondi della Home Care sono messi a disposizione per pagare le tasse scolastiche di istituti che da noi vengono definiti professionali, con l’intento di insegnare loro un mestiere: i ragazzi vengono indirizzati a diventare meccanici, le ragazze o parrucchiere o sarte. Queste sono le alternative a disposizione.

Oltre alla Home Care ho visitato diversi ospedali e diversi Healt Centre (HC) ugandesi, e ho compreso quanto la sanità ugandese, e comunque africana in generale, sia molto differente dalla nostra. In ordine dal più piccolo al più grande qui ci sono gli HC2, HC3, HC4, gli Hospitals e infine il Mulago Hospital che è l’ospedale nazionale più grande di tutta l’Uganda, ed è proprio qui a kampala. La differenza sta, oltre che nelle dimensioni della struttura, nel servizio offerto, cioè le HC2 sono solo piccole sedi dove si svolgono medicazioni e piccoli controlli, fino ad arrivare agli Hospitals, cioè agli ospedali a tutti gli effetti, dove si fanno anche operazioni chirurgiche e ci sono i reparti veri e propri. In Africa non c’è, ad esempio, la figura del medico di base come da noi, è già una fortuna avere degli HC2 in mezzo a villaggi sperduti, dove le donne impiegano anche due ore di strada per arrivare all’HC e partorire, molte volte neanche ci arrivano.

A proposito di questo, la settimana scorsa, tra i miei diversi spostamenti e viaggi, mi trovavo ad Aber, un piccolo villaggio fatto di capanne, situato nello Oyam district, al centro dell’Uganda, a 5ore di macchina dalla capitale. Innanzitutto è stato molto bello confermare uno degli stereotipi che tutto il mondo ha dell’Africa: la miriade di bambini che ti seguono per le strade, che ti toccano, che ti vogliono abbracciare o dare la mano, e poi vengono con te ovunque tu voglia andare. Questo non accade quasi mai a Kampala perché è una grande città e lo stile di vita è un po’ differente, ma in tutti i villaggi appena fuori la città accade ogni giorno. L’immagine inserita in alto è un esempio di questi bambini di Aber, i quali appena vedono che hai la fotocamera, si mettono in posa e ti chiedono di fare la foto. Oltre a questo poi ti chiedono se hai dolcetti, o se gli dai la tua maglia perché è bella, o l’orecchino che hai al lobo, o molto spesso dopo essersi messi in posa per la foto, non ti chiedono solo di vedere l’immagine scattata, ma ti chiedono di dar loro direttamente la fotocamera. Sono molto simpatici questi bambini!! Ridono sempre, camminano scalzi ovunque e ce ne sono sempre tanti, escono dai cespugli puntandoti il dito addosso e urlano “Muno muno!!” che sarebbe l’abbreviazione di Musungu, quindi viso pallido, o bianco. Spesso si ode solo una vocina di bambino in lontananza che dice “Muno muno!”, ma non si vede nessuno, alcuni bambini pensano bene di stare nascosti nelle distese di erba, cespugli, fiori e piante alti anche due metri, con degli alberi tipici africani qua e là. Alcuni hanno paura, altri si avvicinano e mi toccano, per capire meglio che cos’è questa cosa che ho addosso e che noi chiamiamo “pelle bianca”. Una cosa che hanno in comune è che non sanno stringere la mano, non sono abituati a camminare con qualcuno per mano. Le mamme qui li crescono portandoseli sulla schiena fin che sono grandi a sufficienza e poi vagano per le strade insieme agli altri bambini, o chi è più fortunato è impegnato quasi tutto il giorno a scuola.

Concludo questo mio primo articolo dall’Africa raccontando una piccola storia che mi porterò nel cuore per  sempre. Nel villaggio di Aber c’è un ospedale, facendo riferimento alla classifica precedente è un Hospital, perciò piuttosto organizzato e fornito. Qui sono in Africa, il paese dove non ci sono regole, o molto poche, perciò qui potevo girare tranquillamente in tutto l’ospedale e vedere qualsiasi cosa volessi. Non solo, il direttore mi ha mostrato tutta la struttura e mi ha presentato tutto il personale, per loro qui è un onore mostrare le proprie case e allo stesso modo le proprie strutture. Ho chiesto perciò se potevo assistere ad un parto naturale. E così è stato. Qui il medico non si occupa dei parti naturali, ci sono solo le ostetriche, che molto spesso sono le Sisters, cioè le suore. All’inizio pensavo di guardare e basta, ma poi vedendo la ragazza con le doglie ho dato una piccola mano: lei mi stringeva le mani, poi mi teneva le braccia e voleva i massaggi sulla schiena. Tre ore in sala parto, tre ore di doglie e nemmeno un lamento, la stanza più silenziosa di tutto l’ospedale. Pare che siano fatte di pasta diversa! In ogni caso mi sono ritrovata completamente coinvolta e alla fine è nata una bambina. Ero emozionatissima. Dopo 5 minuti dalla nascita, la nonna della bambina mi informa che vogliono darle il mio nome: Irin. (Qui mi chiamano all’inglese). Non potevo crederci! La mia emozione è andata alle stelle e mi sono commossa! In seguito mi hanno spiegato che in questi villaggi se c’è qualcuno che aiuta durante il parto gli danno il suo nome. Io in verità pensavo di non aver fatto proprio nulla. E’ nata, perciò, una piccola Irin africana, è come se un piccolo pezzettino di me restasse qui in Africa: una Irin tornerà in Italia e una Irin resterà qui in Africa.